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IL CATTIVO POETA

Genere: Biografico, Drammatico
Regia: Gianluca Iodice
Attori: Sergio Castellitto, Francesco Patanè, Tommaso Ragno, Fausto Russo Alesi, Massimiliano Rossi, Clotilde Courau, Elena Bucci, Lidiya Liberman, Janina Rudenska, Lino Musella
Paese: Italia, Francia
Sceneggiatura: Gianluca Iodice
Fotografia: Daniele Ciprì
Montaggio: Simona Paggi
Musiche: Michele Braga
Il cattivo poeta, film diretto da Gianluca Jodice, è un biopic incentrato su Gabriele D'Annunzio, interpretato da Sergio Castellitto. Il film racconta gli ultimi anni di vita del poeta-vate, delineando il ritratto di uno dei personaggi più rilevanti della letteratura italiana e della storia del nostro Paese. Siamo nel 1936 e Giovanni Comini (Francesco Patanè) è stato appena promosso al ruolo di federale, divenendo il più giovane in Italia a ricoprire questa carica. A favorirlo è stato Achille Starace (Fausto Russo Alesi), il segretario del Partito Fascista, secondo solo a Mussolini e mentore di Comini. Il primo incarico affidato al giovane federale è quello di recarsi a Roma, dove gli viene ordinato di vegliare su Gabriele D'Annunzio, cosicché lo scrittore, ormai anziano, non possa creare alcun problema e nuocere a nessuno. La missione è delicata, perché il Vate negli ultimi tempi ha mostrato un temperamento molto inquieto, tanto da turbare il Duce, preoccupato che il poeta possa compromettere i rapporti con la Germania nazista. Comini si reca al Vittoriale, dove risiede D'Annunzio, ignaro che l'incarico affidatogli appartiene a un disegno politico molto più grande. Trascorrendo sempre più tempo in compagnia del poeta, il federale, ammaliato dalle parole di D'Annunzio, inizierà a dubitare di se stesso e del Partito, mettendo a repentaglio la sua nascente carriera politica.
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LEI MI PARLA ANCORA

Data di uscita:26 aprile 2021
Genere:Commedia, Drammatico
Anno:2020
Regia:Pupi Avati
Attori:Renato Pozzetto, Stefania Sandrelli, Isabella Ragonese, Lino Musella, Fabrizio Gifuni, Serena Grandi, Chiara Caselli, Gioele Dix, Alessandro Haber, Nicola Nocella
Paese:Italia
Distribuzione:Vision Distribution
Sceneggiatura:Pupi Avati, Tommaso Avati
Lei mi parla ancora, film diretto da Pupi Avati, racconta la storia di un grande amore, quello di Nino (Renato Pozzetto) e Caterina (Stefania Sandrelli), una coppia di anziani sposata ormai da 65 anni. Tra i due è stato amore a prima vista, ma quando Caterina viene a mancare a Nino cade il mondo addosso. Elisabetta, la figlia della coppia, prova ad aiutare il padre a superare questo momento di sconforto, dovuto alla perdita dell'unica donna che ha amato durante la sua vita, ma nulla sembra riuscire a sollevare l'uomo. Un giorno Elisabetta ha la brillante idea di presentare a suo padre Amicangelo (Fabrizio Gifuni), editor e aspirante scrittore, incaricato di raccogliere i ricordi di Nino e farne un romanzo d'amore. Nonostante inizialmente accetti il compito del ghostwriter per esigenze economiche, Amicangelo si ritrova più volte a scontrarsi con l'anziano, in quanto i due presentano caratteri totalmente opposti. Entrambi, però, col tempo riusciranno a superare queste discordanze e a instaurare una forte amicizia, grazie alla condivisione dei ricordi personali di Nino...
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NOMADLAND

IL CINEMA POLITEAMA RIAPRE IN SICUREZZA COL FILM VINCITORE DI 3 PREMI OSCAR 2021 PER MIGLIOR FILM - MIGLIOR REGIA - MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Regia: Chloé Zhao
Attori: Frances McDormand, David Strathairn, Gay DeForest, Patricia Grier, Linda May, Bob Wells, Charlene Swankie, Angela Reyes, Carl R. Hughes, Douglas G. Soul
Paese: USA
Durata: 108 min
Distribuzione: The Walt Disney Company Italia
Sceneggiatura: Chloé Zhao
Fotografia: Joshua James Richards
Montaggio: Chloé Zhao
Musiche: Ludovico Einaudi
Nomadland, film diretto da Chloé Zhao, racconta la storia di Fern (Frances McDormand), una donna sulla sessantina del Nevada, che - a seguito del crollo economico, dovuto alla Grande Recessione - ha perso il suo impiego presso l'azienda nella quale lavorava. Ora si trova senza lavoro e sola, dato che suo marito è morto di recente. In questa situazione che apparirebbe tragica per chiunque, la donna decide di compiere un gesto inaspettato: vendere tutto ciò che ha per comprare un furgone e tentare la vita on the road, alla ricerca di un lavoro. Con i bagagli in spalla, Fern si mette in viaggio verso gli stati occidentali, determinata a vivere come una nomade dei nostri giorni, al di fuori della attuale società e delle convenzioni odierne. Durante il tragitto, Fern incontra altri nomadi, con i quale condivide diversi momenti, le loro storie personali e i consigli per vivere in strada. È grazie a questa compagnia che la donna riesce ad aprirsi e raccontarsi, pronta finalmente ad affrontare il presente che sembra km dopo km soltanto un passato prossimo.

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane - da CINEMATOGRAFO
L’America, il western, il cinema di Chloé Zhao. La sua è la rilettura di un genere, è la riscoperta dell’elemento fondativo di una nazione. Dalla sua macchina da presa sgorga l’eredità di John Steinbeck, di Cormac McCarthy. In The Rider – Il sogno di un cowboy si confrontava con Sam Peckinpah e L’ultimo buscadero. In Nomadland ci sono le pianure di John Ford, le montagne di Anthony Mann, le strade di Jack Kerouac, ma anche la poesia di Bruce Springsteen. Furore, le carovane, il viaggio che caratterizza da sempre la cultura degli Stati Uniti. Il movimento non è dato solo dalle ruote sull’asfalto, ma dalla fotografia di un Paese spezzato, classista, a più velocità. Si vive come nomadi, al posto dei cavalli ci sono i van, e il nome del “furgoncino” sgangherato della protagonista Fern è “Vanguard”, Avanguardia. La città dove abitava si chiama “Empire”, Impero, ma è stata abbandonata. Un’ironia amara, la sconfitta della modernità.

Nomadland è il fantasma del capitalismo, l’ombra di un sogno che non si è mai concretizzato, l’immagine di una terra ricca di opportunità che si è dissolta. Zhao restituisce dignità alla provincia, esalta il legame tra uomo e natura. Con sguardo da documentarista, cattura i volti di chi non vuole restare indietro, di chi sceglie di non fermarsi.

Tanti primi piani, i racconti di solitudini diverse, che provano a fare comunità in mezzo al deserto. La musica di Ludovico Einaudi, il viso scavato di Frances McDormand, il libro Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century di Jessica Bruder, sono i tasselli di un mosaico che cattura la quotidianità di chi è rigettato dal sistema.

È un western senza pistole. I personaggi hanno la pelle bianca, ma potrebbero essere “indiani”. La loro riserva è tutto ciò che sta al di fuori dai canoni, dai grattacieli delle metropoli. Trovano una loro quiete la sera intorno al fuoco, come stanchi cowboy sempre in fuga da qualcosa. Sono inseguiti dai ricordi, che da memoria personale diventano coscienza collettiva. Fern ha perso il marito… Non è un tema nuovo per Zhao. Nella sua opera prima Songs My Brother Taught Me si immergeva tra i nativi di Pine Ridge per riflettere su come l’arrivo del contemporaneo influisse sui Lakota. In The Rider – Il sogno di un cowboy, il protagonista è mezzo Lakota. Sono punti di congiunzione che ritroviamo nelle vite ai margini di Nomadland, un potente affresco su un’America nascosta, dove la desolazione del paesaggio si fonde con le anime lacerate dei viaggiatori. È un film di battaglie spesso perdute, dove gli unici datori di lavoro disposti a pagare appartengono alla cosiddetta gig economy, e l’esasperazione del consumismo sembra essere la sola via di uscita. Quindi Zhao mostra chi ha meno, chi non può e non vuole accumulare. L’unico dispositivo tecnologico di Fern è uno smartphone, che lei usa soltanto due volte nella storia. La cineasta sottolinea la fermezza, l’impossibilità di cambiare dell’essere umano attaccato ai suoi valori. A suo modo invoca una riconciliazione: mette a tacere le trombe di un mondo frenetico, e cerca il silenzio, cerca un po’ di onestà in un West senza più miti né speranze.
https://youtu.be/qgKCgWSg1D8  
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MINARI

VINCITORE DEL PREMIO OSCAR 2021 PER LA MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (Yuh-Jung Youn nel ruolo della nonna) - Vincitore del premio Golden Globe per il miglior film straniero.
Genere: Drammatico
Regia: Lee Isaac Chung
Attori: Steven Yeun, Yeri Han, Youn Yuh-Jung, Alan S. Kim, Will Patton, Scott Haze, Noel Cho, Darryl Cox, Ben Hall
Paese:USA
Sceneggiatura: Lee Isaac Chung
Fotografia: Lachlan Milne
Montaggio: Harry Yoon
Musiche: Emile Mosseri
Produzione: Brad Pitt
  Minari, il film diretto da Lee Isaac Chung, segue la storia di una famiglia d'immigrati sudcoreani pronta a tutto pur d'inseguire il sogno americano. Jacob (Steven Yeun) è un giovane agricoltore che negli anni '80 porta via la sua famiglia da Los Angeles, determinato ad avviare una fattoria in Arkansas e iniziare una nuova vita. Sua moglie Monica (Yeri Han) è stanca dell'ottimismo di suo marito di fronte alla prospettiva di vivere isolati in una casa mobile in mezzo al nulla e con pochi fondi. Il piccolo David (Alan S. Kim) e sua sorella sono invece annoiati e senza meta. L'adattamento della famiglia alla nuova vita viene stravolto dall'arrivo improvviso della madre di Monica, l'eccentrica nonna Soonja (Yuh-Jung Youn), una donna dal linguaggio colorito e un po' bizzarra ma incredibilmente forte. I modi della donna suscitano fin da subito la curiosità di David che stabilirà un forte legame con l'eccentrica nonna. Nel frattempo, Jacob, sempre più convinto di creare una fattoria su un terreno non adatto, metterà a rischio le finanze della sua famiglia e il suo stesso matrimonio. RECENSIONE di Adriano Piccardi - da "Cineforum" Una storia semplice, a prima vista, ma che semplice non è. Ugualmente sono forse i modi del racconto che appaiono semplici nella loro minimale fluidità, ma – lo sappiamo – anche questa, quando c'è, è il frutto di un lavoro tutt'altro che spontaneo: l'immediatezza è il punto d'arrivo di un percorso che inizia con un'idea consapevole di cinema cui dare forma in un processo teso a realizzarla senza imporla, anzi ri-velandola in un gioco continuo di dissimulazione che fa dello spettatore un complice felice di esserlo. Alla sua quinta prova, dopo l'esordio nel 2007 con Munyurangabo, storia “di amicizia e guarigione” ambientata in Uganda, che riscosse interesse e positivi riscontri al festival di Cannes 2007, Lee Isaac Chung (nel frattempo visto in Italia grazie soprattutto al Torino Film Festival) lascia in Minari libero corso a una materia che evidentemente gli premeva dentro e che doveva trovare l'occasione per palesarsi in una storia compiuta. Come sappiamo, alla base di questa vicenda di un immigrato sudcoreano che vuole dare vita a una fattoria di prodotti agricoli tipici della cucina coreana, destinati quindi principalmente agli immigrati appartenenti a questa etnia numericamente sempre più consistente, ci sono forti elementi autobiografici. Il regista è a sua volta cresciuto in un contesto familiare simile, in Arkansas, quindi conosce ciò di cui ci vuole narrare; allo stesso tempo, però, la scelta di girare il film in Oklahoma, a Tulsa, ci propone un elemento di distanziamento, una presa di distanza da identificazioni immediate e controproducenti ai fini della giustezza dei toni su cui il racconto andava modulato. Lee Isaac Chung, a prima vista, racconta la storia di un piccolo nucleo familiare: Jacob ha convinto a fatica la moglie Monica a seguirlo dalla California in Arkansas nel suo tentativo di realizzare un sogno: una fattoria in cui coltivare ortaggi coreani destinati alla comunità coreana perennemente in crescita. Con loro ci sono i due figli: Anne, una ragazzina riflessiva e responsabile, e il piccolo David, impulsivo e diretto, la cui salute è minacciata da un soffio cardiaco che necessita di continui controlli. Monica vorrebbe tornare in California e vede in questo “nuovo inizio” soltanto la minaccia della rovina finanziaria, e nella lontananza dai centri abitati il pericolo di non poter intervenire in tempo nel caso di una crisi cardiaca del figlioletto. Per mitigare il senso di isolamento, Jacob acconsente a far arrivare dalla Corea la madre di Monica, che si aggiunge quindi agli altri quattro con buone intenzioni ma anche con una personalità spiccata, non facile, che spesso si scontra con quella di David. Racconto familiare, si diceva. Ma nell'affrontare i suoi disagi e i sogni di autorealizzazione del capofamiglia, il microcosmo dei Lee non può esimersi dal misurarsi con la necessità di un'integrazione con i locali (il lavorante che in qualche modo finisce per far parte del gruppo, la comunità religiosa che i Lee iniziano a frequentare) senza rinunciare ai loro valori culturali di appartenenza. Ne emerge la riflessione, sempre complessa e difficile, sulla realtà etnicamente composita e tutt'altro che risolta degli States, perennemente fonte di possibili incomprensioni e di una diffidenza profonda anche quando non evidente. Senza dimenticare il ricordo della guerra che in due occasioni emerge come elemento memoriale insopprimibile. Il dilemma dell'essere coreani o americani si esprime, nei suoi momenti più critici, proprio in famiglia, particolarmente attraverso lo scontro tra David e la nonna (“puzza di Corea!”). A ciò si aggiunga l'altro tema portante costituito da un sentimento dell'esistenza come condizione di fragilità e di precarietà cui non è dato di porre rimedio, ma anche come flusso inarrestabile di vita. Nelle vicissitudini dei Lee, che arrivano a sfiorare la tragedia o la catastrofe, si rispecchia – ce ne rendiamo conto in fretta – una condizione universale. E la piccola piantagione semi-spontanea di minari (piantina da condimento molto utilizzata nella cucina coreana) cui dà vita la nonna, di quel sentimento diventa anche il simbolo (il correlativo oggettivo, verrebbe da dire). Nell'insieme un disegno narrativo complesso, che presentava numerosi rischi di incartarsi, sia sul piano soggettivo che su quello oggettivo. Lee Isaac Chung è riuscito a padroneggiarlo stando con i piedi per terra e tenendo sotto controllo il congegno della messa in scena: a partire dalla scrittura misuratissima, per continuare con una direzione degli interpreti capace di muoverli con discrezione tra le piccole cose quotidiane e l'impatto causato dai momenti forti della vicenda, e completarsi nell'integrazione mai clamorosa ma sempre efficace tra riprese (composizione dell'immagine, posizione e movimenti di macchina) e un montaggio attento sia ai bisogni del racconto che alla connotazione dei personaggi in evoluzione nel loro contesto.  
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IL CINEMA POLITEAMA E’ APERTO

IL CINEMA POLITEAMA DI MANERBIO ha riaperto il 30 aprile 2021 la stagione cinematografica con il film vincitore di 3 premi Oscar 2021 "Nomadland". Le nuove regole consentono l'acquisto del biglietto di ingresso ONLINE oppure alla CASSA DELLA SALA con posto assegnato ed una capienza massima della sala nella misura del 50% (nel nostro caso circa 200 posti) con distanziamento di 1 metro dagli altri spettatori ad esclusione delle persone conviventi. Ingresso con mascherina - controllo della temperatura - sanificazione delle mani. Il bar rimane chiuso per legge.
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ENDLESS

Dal regista de "Il sole a mezzanotte" "Endless", film diretto da Scott Speer, è la storia di Riley (Alexandra Shipp) e Chris (Nicholas Hamilton), due giovani da poco diplomati e innamoratissimi. Quando il ragazzo muore in un incidente, Riley si sente così in colpa da ritenersi lei stessa la causa della morte del suo fidanzato. Chris, però, non è morto definitivamente, ma è bloccato in un limbo e miracolosamente riesce a mettersi in contatto con la sua amata. Ma la loro storia d'amore, che supera il confine tra la vita e la morte, permetterà ai due ragazzi di imparare una delle lezioni più difficili della vita: riuscire a lasciarsi andare. https://www.youtube.com/embed/osT4hxgDQ74
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DOVE SONO LE DONNE?

COMUNICAZIONE RIGUARDANTE IL RIMBORSO – BIGLIETTO - ABBONAMENTO Caro abbonato, caro spettatore, speriamo prima di tutto che sia salvaguardata la tua salute e quella dei tuoi cari. La situazione generale a seguito delle restrizioni dovute al contenimento dell’epidemia da COVID-19 non permetterà che nel breve periodo sia possibile riprendere molte delle attività sociali bruscamente interrotte dal marzo scorso. Tra queste il nostro incontro per serate di svago e di riflessione nel luogo in cui una comunità si ritrova per riconoscersi e confrontarsi: il TEATRO. La programmazione 2019-2020 del Teatro Politeama di Manerbio non ha potuto vedere realizzati due attesissimi appuntamenti: Michela Murgia in DOVE SONO LE DONNE? (giovedì 19 marzo) e Giacomo Poretti in CHIEDIMI SE SONO DI TURNO (martedì 7 aprile). Sappi che, più per senso di responsabilità che per convinzione, avevamo individuato, anche grazie alla disponibilità dei due artisti, le date di recupero dei loro spettacoli nel mese di maggio 2020. Come immaginerai anche queste ipotesi non potranno avere seguito. Ma, nei tempi e con i modi che ci verranno concessi, è forte la volontà di ritrovarci appena sarà possibile con te e con gli artisti. Non siamo in grado di indicarti date precise ma prevediamo di poter riproporre i due spettacoli entro un anno dalla data originaria in cui li avremmo ospitati sul palco del Politeama. Questo è il nostro auspicio; la sua realizzazione non dipende però esclusivamente dalla nostra volontà. Intanto la normativa ci consente alcune possibilità. L’Art. 88 della legge n. 27 del 24 aprile 2020 (in vigore dal 30/04/2020) e la comunicazione della Siae (confermata dall’Agenzia delle Entrate)* esclude la restituzione in termini monetari del valore del biglietto o del rateo dell’abbonamento. Le soluzioni consentite sono: A) mantenere il biglietto relativo alla data originaria (o l’abbonamento della Stagione) che potrà essere utilizzato nella data di recupero (solo se calendarizzata entro un anno da quella originaria) oppure B) richiederci un voucher di pari importo al prezzo pagato per il biglietto (o al rateo dell’abbonamento non goduto), utilizzabile entro 18 mesi dall’emissione anche per altri appuntamenti della futura stagione e limitatamente alla disponibilità dei posti. L’abbonamento o il biglietto vanno conservati integri! Sono documenti fiscali che devono essere mantenuti intatti fino alla eventuale restituzione in biglietteria o all’utilizzo nella serata di spettacolo. Se desideri ottenere il voucher dovrai mandare, entro giovedì 18 giugno (in questo momento il termine ultimo per procedere alla richiesta), una mail agli indirizzi di posta elettronica info@liveticket.it (il nostro sistema di biglietteria) e a info@politeamamanerbio.it secondo i modelli che alleghiamo. * puoi leggere di seguito il documento della SIAE (integrato con osservazioni dell’Agenzia delle Entrate) in base al quale è stata elaborata questa comunicazione.   MODULO RICHIESTA VOUCHER POSSESSORI BIGLIETTO: CLICCA QUI   LEGGI QUI LE FAQ E L'ART. 88    
DOVE SONO LE DONNE? Monologo di e con Michela Murgia Drammaturgia sonora eseguita dal vivo da Francesco Medda Arrogalla Illustratore Edoardo Massa Se arrivassero gli alieni domattina e cercassero di farsi un’idea del genere umano guardando ai luoghi della rappresentazione pubblica, probabilmente penserebbero che un virus misterioso abbia colpito tutte le persone di sesso femminile d’Italia, rendendole mute o incapaci di intendere e volere. Il governo, i dibattiti televisivi e le prime pagine dei quotidiani traboccano di interventi maschili. Eppure le donne non sono una sottocategoria socioculturale ma più della metà del genere umano. Dopo aver interpretato in scena il premio Nobel Grazia Deledda nello spettacolo 'Quasi grazia', Michela Murgia, autrice tra le più impegnate nelle battaglie civili, porta per la prima volta in teatro il suo punto di vista sulla 'questione femminile' in un lucido monologo che supera per sempre gli angusti confini delle quote rosa. Produzione: Mismaonda srl N.B.: Gli abbonati alla Stagione Teatrale del Politeama 2019/2020 hanno diritto al biglietto ridotto al prezzo di € 15,00 presentando l'abbonamento al botteghino. IDEA REGALO : speciale kit regalo in vendita al botteghino: libro "MORGANA" + biglietto spettacolo a soli € 32.
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CONCERTO DI SANTA CECILIA

Torna anche quest’anno il tradizionale Concerto di Santa Cecilia che la Civica Associazione Musicale Santa Cecilia di Manerbio offre alla cittadinanza. Un appuntamento imperdibile che corona l’impegno di questa gloriosa istituzione, presenza longeva che da più di 150 anni testimonia l’amore per la musica di molti manerbiesi e che continua ad offrire, soprattutto ai giovani, una possibilità espressiva, un momento di aggregazione e un approccio competente con la musica. Dirige: Giulio Piccinelli   ingresso gratuito
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