MINARI

Vincitore del Golden Globe per il miglior film straniero

INIZIO

Sabato 15 maggio 2021
inizio alle ore 19:50

DURATA

115 Minuti

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Descrizione

15 Maggio 2021 19:50 - 17 Maggio 2021 21:45

VINCITORE DEL PREMIO OSCAR 2021 PER LA MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (Yuh-Jung Youn nel ruolo della nonna) – Vincitore del premio Golden Globe per il miglior film straniero.

Genere: Drammatico
Regia: Lee Isaac Chung
Attori: Steven Yeun, Yeri Han, Youn Yuh-Jung, Alan S. Kim, Will Patton, Scott Haze, Noel Cho, Darryl Cox, Ben Hall
Paese:USA
Sceneggiatura: Lee Isaac Chung
Fotografia: Lachlan Milne
Montaggio: Harry Yoon
Musiche: Emile Mosseri
Produzione: Brad Pitt

 

Minari, il film diretto da Lee Isaac Chung, segue la storia di una famiglia d’immigrati sudcoreani pronta a tutto pur d’inseguire il sogno americano.
Jacob (Steven Yeun) è un giovane agricoltore che negli anni ’80 porta via la sua famiglia da Los Angeles, determinato ad avviare una fattoria in Arkansas e iniziare una nuova vita. Sua moglie Monica (Yeri Han) è stanca dell’ottimismo di suo marito di fronte alla prospettiva di vivere isolati in una casa mobile in mezzo al nulla e con pochi fondi. Il piccolo David (Alan S. Kim) e sua sorella sono invece annoiati e senza meta.
L’adattamento della famiglia alla nuova vita viene stravolto dall’arrivo improvviso della madre di Monica, l’eccentrica nonna Soonja (Yuh-Jung Youn), una donna dal linguaggio colorito e un po’ bizzarra ma incredibilmente forte. I modi della donna suscitano fin da subito la curiosità di David che stabilirà un forte legame con l’eccentrica nonna.
Nel frattempo, Jacob, sempre più convinto di creare una fattoria su un terreno non adatto, metterà a rischio le finanze della sua famiglia e il suo stesso matrimonio.

RECENSIONE di Adriano Piccardi – da “Cineforum”

Una storia semplice, a prima vista, ma che semplice non è. Ugualmente sono forse i modi del racconto che appaiono semplici nella loro minimale fluidità, ma – lo sappiamo – anche questa, quando c’è, è il frutto di un lavoro tutt’altro che spontaneo: l’immediatezza è il punto d’arrivo di un percorso che inizia con un’idea consapevole di cinema cui dare forma in un processo teso a realizzarla senza imporla, anzi ri-velandola in un gioco continuo di dissimulazione che fa dello spettatore un complice felice di esserlo.

Alla sua quinta prova, dopo l’esordio nel 2007 con Munyurangabo, storia “di amicizia e guarigione” ambientata in Uganda, che riscosse interesse e positivi riscontri al festival di Cannes 2007, Lee Isaac Chung (nel frattempo visto in Italia grazie soprattutto al Torino Film Festival) lascia in Minari libero corso a una materia che evidentemente gli premeva dentro e che doveva trovare l’occasione per palesarsi in una storia compiuta. Come sappiamo, alla base di questa vicenda di un immigrato sudcoreano che vuole dare vita a una fattoria di prodotti agricoli tipici della cucina coreana, destinati quindi principalmente agli immigrati appartenenti a questa etnia numericamente sempre più consistente, ci sono forti elementi autobiografici.

Il regista è a sua volta cresciuto in un contesto familiare simile, in Arkansas, quindi conosce ciò di cui ci vuole narrare; allo stesso tempo, però, la scelta di girare il film in Oklahoma, a Tulsa, ci propone un elemento di distanziamento, una presa di distanza da identificazioni immediate e controproducenti ai fini della giustezza dei toni su cui il racconto andava modulato.

Lee Isaac Chung, a prima vista, racconta la storia di un piccolo nucleo familiare: Jacob ha convinto a fatica la moglie Monica a seguirlo dalla California in Arkansas nel suo tentativo di realizzare un sogno: una fattoria in cui coltivare ortaggi coreani destinati alla comunità coreana perennemente in crescita. Con loro ci sono i due figli: Anne, una ragazzina riflessiva e responsabile, e il piccolo David, impulsivo e diretto, la cui salute è minacciata da un soffio cardiaco che necessita di continui controlli. Monica vorrebbe tornare in California e vede in questo “nuovo inizio” soltanto la minaccia della rovina finanziaria, e nella lontananza dai centri abitati il pericolo di non poter intervenire in tempo nel caso di una crisi cardiaca del figlioletto. Per mitigare il senso di isolamento, Jacob acconsente a far arrivare dalla Corea la madre di Monica, che si aggiunge quindi agli altri quattro con buone intenzioni ma anche con una personalità spiccata, non facile, che spesso si scontra con quella di David.

Racconto familiare, si diceva. Ma nell’affrontare i suoi disagi e i sogni di autorealizzazione del capofamiglia, il microcosmo dei Lee non può esimersi dal misurarsi con la necessità di un’integrazione con i locali (il lavorante che in qualche modo finisce per far parte del gruppo, la comunità religiosa che i Lee iniziano a frequentare) senza rinunciare ai loro valori culturali di appartenenza. Ne emerge la riflessione, sempre complessa e difficile, sulla realtà etnicamente composita e tutt’altro che risolta degli States, perennemente fonte di possibili incomprensioni e di una diffidenza profonda anche quando non evidente. Senza dimenticare il ricordo della guerra che in due occasioni emerge come elemento memoriale insopprimibile.

Il dilemma dell’essere coreani o americani si esprime, nei suoi momenti più critici, proprio in famiglia, particolarmente attraverso lo scontro tra David e la nonna (“puzza di Corea!”). A ciò si aggiunga l’altro tema portante costituito da un sentimento dell’esistenza come condizione di fragilità e di precarietà cui non è dato di porre rimedio, ma anche come flusso inarrestabile di vita. Nelle vicissitudini dei Lee, che arrivano a sfiorare la tragedia o la catastrofe, si rispecchia – ce ne rendiamo conto in fretta – una condizione universale. E la piccola piantagione semi-spontanea di minari (piantina da condimento molto utilizzata nella cucina coreana) cui dà vita la nonna, di quel sentimento diventa anche il simbolo (il correlativo oggettivo, verrebbe da dire).

Nell’insieme un disegno narrativo complesso, che presentava numerosi rischi di incartarsi, sia sul piano soggettivo che su quello oggettivo. Lee Isaac Chung è riuscito a padroneggiarlo stando con i piedi per terra e tenendo sotto controllo il congegno della messa in scena: a partire dalla scrittura misuratissima, per continuare con una direzione degli interpreti capace di muoverli con discrezione tra le piccole cose quotidiane e l’impatto causato dai momenti forti della vicenda, e completarsi nell’integrazione mai clamorosa ma sempre efficace tra riprese (composizione dell’immagine, posizione e movimenti di macchina) e un montaggio attento sia ai bisogni del racconto che alla connotazione dei personaggi in evoluzione nel loro contesto.

 

REPLICHE

15 Maggio 2021 Ore 19:50
16 Maggio 2021 Ore 16:00
16 Maggio 2021 Ore 19:50
17 Maggio 2021 Ore 19:50

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